
La volta del Refettorio
“Nel monastero è notabile il refettorio e il chiostro riccamente ornati ambedue di colonne, d’intagli e di altre bellezze”: così descrive il convento di San Salvador Francesco Sansovino nel suo “Venetia città mobilissima et singolare” pubblicato nel 1581. L’apprezzamento formulato dal grande architetto, per quanto piuttosto generico, rappresenta la più antica testimonianza in nostro possesso sulla vicenda artistica del complesso di San Salvador, dietro la quale c’è anche un piccolo “giallo” sull’attribuzione degli affreschi che adornano la volta del Refettorio.
La volta infatti accoglie una ricca decorazione che fonde stucchi ed affreschi: oltre ai cinque campi ottagonali di grandi dimensione disposti lungo l’asse centrale, ai sedici ovali lunghi collocati intorno ai cinque centri e ai due ovali più grandi sui lati corti, la volta è tutto un fiorire di motivi e grottesche, rosoni e figurazioni simboliche. La lettura delle zone affrescate risulta gravemente ostacolata dal non felice stato di conservazione: il restauro realizzato negli anni Ottanta ha solo potuto fermare il degrado, ma certamente non riportare in vita le aree dove l’intonaco è andato perduto. L’attribuzione di origine seicentesca a Polidoro da Lanciano, pittore che operò a Venezia sin dal 1530 ove morì nel 1565, è ritenuta inattendibile dagli studiosi, che invece indicano in Fermo Ghisoni l’autore degli affreschi.
Ghisoni, nato a Caravaggio nel 1505, fu uno dei più devoti assistenti di Giulio Romano, con cui collaborò negli affreschi di Palazzo Te a Mantova e più tardi negli interventi decorativi a Palazzo Ducale, sempre a Mantova, nel 1538, quando il pittore fu lasciato libero da Giulio Romano. Sappiamo che nell’estate del 1545 Fermo Ghisoni si trovava a Venezia e che proprio in questo periodo i Canonici della congregazione di San Salvador, dopo aver allestito l’arredamento ligneo del refettorio, decisero di decorare il soffitto della sala.
Ma, a parte questo elemento cronologico, il paragone tra gli affreschi del refettorio di Venezia e quelli dei palazzi mantovani, dove Ghisoni operò sotto la guida del Romano, trova sostanziali concordanze nell’attingere entrambi ad un programma di forte illusionismo, con scelta di punti






